Alla radice della voce


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La propria voce è una tra le tante possibili con cui si può contribuire alla costruzione di un racconto collettivo; non è l’unica e di certo non può, da sola, restituirne per intero la complessità. Ogni voce si poggia sull’attribuzione di significato che ciascuno dà alle cose che vive. Si chiama costruzione sociale della realtà e, a chiarirne la definizione, qui ci sono quattro persone-gorilla e due cani.

Nel parco si susseguono voci maschili, femminili, infantili, voci alte e basse, voci esili, piene e tonanti, voci  squillanti e cupe. Antony Browne dedica a ciascuna voce un capitolo; nessuna di esse si sovrappone alle altre, almeno dentro lo spazio dedicato al testo. Victoria e Albert, i due cani della storia, tengono insieme i quattro personaggi.

7Tutte le voci condividono un luogo e un tempo. I quattro protagonisti e i due cani si ritrovano su una panchina di un parco per poche ore e ciascuno di loro racconta al lettore quello che è accaduto nella propria esperienza di quel pomeriggio al parco. Si tratta di quattro storie diverse, nella forma e nella sostanza. Diversi sono i narratori, gli episodi su cui ciascuno si  sofferma e diversi, persino, i caratteri adoperati per dare forma al loro racconto.

Nessuna voce è uguale dall’inizio alla fine del capitolo; tutte infatti, cambiano con lo stato d’animo di chi parla, in base a ciò che vive in quel momento. L’incontro voluto, cercato, auspicato, indesiderato con l’altro porta una reazione e un cambiamento: Anthony Browne è maestro nel raccontarli e nel mostrare umori e temperamenti attraverso le illustrazioni.

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Le immagini sono costruite in modo che la realtà esterna venga restituita sul foglio, mediata dalla percezione della mente e del cuore della voce narrante. Ci sono echi di alcune voci che ritornano nei disegni di diversi capitoli, come ad esempio le forme di eleganti cappelli da signora.

Ogni figura si carica di significato emotivo e sta alla capacità visiva del lettore riconoscere il peso dei dettagli e dei rimandi tra i racconti. Ci sono lampioni come fiori, cieli che cambiano colore e statue solo apparentemente ferme e impassibili a quello che accade intorno. Nelle pagine si trovano citazioni, particolari e simboli che chiamano in causa il lettore, lo interrogano e lo sfidano a cogliere e a svelare, tutto quello che, nel foglio, è racconto.

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Nel libro c’è l’intreccio dello sguardo della mamma di Charles, il papà di Smudge, di Charles e di Smudge. Cosa hanno visto gli adulti in questo pomeriggio e cosa hanno visto i bambini? La storia raccontata da Smudge e Charles, pur mantendo alcune importanti e divertenti differenze, un po’ si rassomiglia. Quella del papà di Smudge e della mamma di Charles è tutta un’altra storia.

Anche questa è una faccenda di percezione visiva: in base all’infanzia che vedo, costruisco la mia relazione con chi è altro da me, che si chiami Smudge o Charles. Il campo visivo (specie se si tratta di adulti che guardano ai  bambini) non è però dato, è anch’esso frutto di un esercizio di riconoscimento, di approssimazione all’alterità e di relativizzazione del proprio punto di vista. E agli adulti, molte volte, allargare lo sguardo sul soggetto infanzia costa fatica.

 

 Voci nel parco, di Anthony Browne, Camelozampa, 2017.

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