Guarda alla voce ‘vento’

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Prendi un buon dizionario analogico e guarda alla voce vento; per quanto il dizionario potrà essere completo, temo non potrai trovare tutti i verbi che Fabian Negrin disegna per dire ‘vento’.

Il vento di Negrin soffia, sbuffa, fischia, gonfia, infuria, si scatena, muggisce, ruggisce, urla, turbina, impazza, ulula e infine si arresta. Ogni verbo preannuncia una tavola con una grande massa d’aria disegnata su doppie pagine. Arriva da tutte le direzioni e ogni volta è una sorpresa: viene da Sud e gonfia le gonne, da Ovest e butta il cappello oltre il margine della pagina. Si muove da Est con schizzi d’acqua e petali di rose e poi, dal punto più remoto del foglio, per spazzare via ogni corvo. È così forte che può capovolgere la scena e la direzione del libro. Sui risguardi finali c’è una rosa dei venti in modo che tu possa capire se si è trattato di un Libeccio o di un Maestrale, se c’era la Bora o l’Africo ad agitare le pagine.

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Se non vieni trascinato via mentre leggi è solo grazie alle parole legate in rima che ti riportano,  come in un girotondo, al punto d’inizio, da dove tutto era cominciato: purè di patate, due grandi frittate, delle palme impanate, galline ammaestrate, ciabatte slacciate, cinque rose slavate, tre bambole invecchiate, vele ammainate, merle spaesate, balene marinate, un mago dalle braccia alate, purè di patate. Se non ti fidi delle parole e temi che non possano bastare a tenerti, affidati alle immagini.

Ogni personaggio arriva su una pagina e ti accompagna alla successiva, affidando lettore, bambino e messaggio alla figura nuova che, come la precedente, riceve, raccoglie e poi, porta. Sui fogli uomini, donne e animali partecipano alla stessa poetica staffetta fatta con immagini sorprendenti,  realistiche anche quando disegnano la magia.

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Alla fine del libro tornano i personaggi delle prime pagine, il girotondo sta per finire. Padre, madre e bambino si ritrovano intorno al tavolo per la cena. Forse tutto quello che Negrin ti ha raccontato è accaduto per davvero: ci sono indizi, dalla parte del bambino, che te lo possono provare; c’è un piccolo pupazzetto, che da un certo punto in poi non ha mai abbandonato le pagine, stretto nel braccio del bambino (mentre fa conversazione con il cane) e ci sono sulla tavola piatti sbeccati, probabilmente rotti a causa del vento. A loro non sarà toccata la stessa felice sorte della tazza da tè, che volava integra mentre il mago dalle braccia alate e il bambino attraversavano una corda sospesa su Parigi, ascoltando i suggerimenti di una balena marinata.

I genitori, però, non hanno quei segni addosso. Parlano del vento; forse non c’è stato vento, forse è stato così calmo che è passato inosservato. La loro esperienza è stata diversa.

Accade così tra bambini e adulti; ciascuno fa esperienza del mondo (e del vento) a modo suo. Talvolta gli adulti se ne dimenticano e capita ad alcuni bambini di dubitarne, ma non ai bambini di Negrin. A loro non capita mai. Il ritratto di quel bambino, mentre guarda le parole dei grandi, te lo sta raccontando.

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Come? Cosa?  di Fabian Negrin, Orecchio Acerbo, 2016

Categorie:i libri

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