Gravidi di desideri

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Esiste una noia che alcuni definiscono fondamentale; è quella che non indietreggia davanti alle distrazioni o ai piaceri, sta lì, ferma e pronta a svuotare tutto di contenuto e di senso. Il vuoto che così si crea, si insinua dentro e fuori ed è proprio con quel vuoto che Giulia Belloni ti accoglie all’inizio del libro.

Guardavo le cose per ore senza ricavarne un senso’ è il primo passo dentro questa vertigine muta e ordinata che viene mostrata nel libro per approssimazioni successive, con la paura e il malessere che crescono, con le meduse gialle e gli aculei che spuntano da un tappeto e ti tengono in gabbia.

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La noia non la puoi vedere, puoi riconoscerla nei suoi effetti, guardando gli occhi della protagonista e i toni delle pagine. Daniela Tieni riece a disegnare, nelle prime scene del libro, il vuoto pietrificato e la tristezza; tu che leggi non aspetti altro che poter vedere sulle tavole un segno di cambiamento che, dolcemente, arriva. Nelle ultime pagine gli occhi della donna non sono più spalancati sul vuoto ma chiusi a trattenere le attese.

È difficile affrontare un dolore da soli; la prima cosa che fa una persona quando soffre è cercare qualcuno a cui raccontarlo. Con la stessa tensione con cui, in tempi lontani, si inseguiva uno sciamano così, oggi, si cercano medici a cui affidarsi in cerca di risposte e soluzioni. C’è un medico anche nel libro, un esperto a cui chiedere di sbrogliare i nodi che debilitano il fisico e tormentano l’anima, di dare ordine ai grovigli del dolore; a questo personaggio, appena accennato nel colore e nel contorno, la protagonista consegna la propria vulnerabilità ricevendone in cambio una ricetta: ‘Accetta ciò che desideri’. Non una medicina, quindi, ma un argomento filosofico per ritrovare se stessi attraverso una parola straniera e forse troppo ‘fuori portata’.

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Nel momento in cui la protagonista della storia si trova a rispondere al suo enigma, accade una cosa che non ti aspetti: quella noia fondamentale produce un nuovo sapere che ha la forma di una minuscola protagonista, una nuova piccola sé che è pronta per venir fuori. E non basta aver ‘sperato che restasse lì per sempre’ per paura di cambiare o di diventare qualcosa di diverso; la trasformazione è la strada obbligata da percorrere per imparare a guardare lontano.

Per raccontare la fatica e la fragilità del custodire e dare alla luce un desiderio, le autrici adoperano la metafora della gravidanza: portare in grembo una nuova sé, lasciando che la vecchia si separi da lei. Si tratta di una circostanza comune alla vita di tutti (maschi e femmine) e che trova, in questo libro, le parole e le figure per ricordarlo sottovoce.

 

Confesso che ho desiderato, di Giulia Belloni, illustrato da Daniela Tieni, Kite edizioni- (Collana Le voci), 2015

Categorie:i libri

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