Il vuoto di un tempo privato di senso

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‘È successo molto tempo fa’. Questo è il benvenuto che Calì al lettore; a parlare è Xavier e da qui comincia il suo racconto che si modifica, pagina dopo pagina, amplificando il pathos della trama. Lo stile della narrazione, in verità, è sempre identico: asciutto, diretto senza troppi aggettivi o antefatti; ciò che cambia è la sensazione claustrofobica che sente il lettore. Il disagio di Xavier sale, senza che il tono della narrazione cambi: è la situazione a diventare sempre più pesante e intollerabile, almeno  fino a quando non arriva il mare a spalancare gli orizzonti.

Il cuore del libro è il racconto di una fatica senza scopo, di un lavoro che sistematicamente consuma, logora energie e toglie tempo alla vita. È la storia di un uomo e di un’epoca,  di un sistema di produzione e del valore dei giorni.

Il disagio di Xavier, la sua ansia, la sua fatica culminano nell’illustrazione dell’acquario che è così grande da occupare l’intera doppia pagina; è un’immagine che resta incompleta, incapace di contenere il protagonista dentro i fogli, come fosse il segno che non tutto è perduto, che forse c’è una soluzione a quel lento e ostinanto processo di alienazione.

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Eppure la storia avanza e il protagonista si trova sempre più imbrigliato nella catena di produzione, costretto a vivere, con i suoi fogli e i suoi numeri, situazioni sempre più sconvolgenti; l’elemento fantastico che movimenta la trama, regalando suspense e mistero,  è un espediente necessario per rendere estremi i concetti. Nessuno può chiudere il libro senza aver sentito forte il rischio che Xavier ha corso.

L’illustratrice utilizza le immagini con un rigore e un criterio che non lascia nulla al vezzo o al caso, fin dalla copertina o dalle bellissime risguardie. I suoi disegni dialogano con il testo senza mai soffocarlo;  puntellano concetti, tolgono fiato al racconto. I volti, le prospettive attraverso cui costruisce le figure e le atmosfere sono frutto di una ricerca ampia; i richiami alle opere della letteratura, dell’arte e del cinema sono espliciti:  Goya, Sisifo, Keaton e gli altri non sono comparse del libro, sono radici. Sono scelti con cura da Claudia Palmarucci  per dare al segno la profondità di una tradizione e la leggerezza di un eco.

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Nella storia ci sono lavoratori che spendono le giornate in fabbrica e  i loro doppi che curano il giardino e le relazioni, si occupano delle faccende domestiche e finiscono per vivere al posto loro. Il grande assente sui fogli è, invece,  il frutto del lavoro, l’oggetto della produzione; “Non so dire esattamente cosa facessimo ma eravamo molto indaffarati”, dice Xavier; accanto a lui l’illustratrice disegna  impiegati e operaie a capo chino mentre mimano gesti meccanici intorno a qualcosa che non c’è sul foglio. Così facendo parole e disegni raccontano, in modo straordinario, il vuoto di un tempo privato di senso.

Il finale regala speranza alla storia; ritroviamo un nuovo Xavier con una divisa diversa; ora lui prepara frittelle per chi si ferma ad assaggiarle. Farà, parafrasando Maurizio Maggiani,  come fanno certi fornai che continuano, imperterriti, a fare il pane buono… a impastare e cuocere un pane “fatto bene”. Un piccolo gesto,  un gesto del tutto gratuito, se non nei confronti della propria responsabilità di uomo che sa fare una cosa. Ma, come dice il poeta, è in questo gesto che la bellezza si genera. Si genera la vita. E le giornate si riprendono il senso. 

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 Il doppio, Davide Calì, Claudia Palmarucci, Edizioni Kite, 2015

Categorie:i libri

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