Un discendente del grande “biba”

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Forse non tutti sanno che Leo Lionni ha inventato il gioco del “biba”. Succedeva che, entrato in una classe, cominciasse a chiedere ai bambini di disegnare qualcosa, un cane, un gatto, un topo. Quando tutti i bambini erano presi dal gioco, lui li invitava a disegnare un “biba”.
E così spiegava ai bambini, con una matita e un foglio, il concetto di astrazione. “Sentendo cane – scrive il padre di Piccolo blu e piccolo giallo – il nostro cervello, prima ancora di associare la parola ad una figura precisa, compie un gesto interno che ce ne permette l’identificazione. A tutte le parole (casa, albero, ecc.), non accoppiamo un’immagine, ma un nostro proprio ‘gesto’ interno. Questa è la base comune per l’identificazione degli oggetti e, quindi, il minimo comun denominatore per ogni astrazione”.
L’ostacolo più grande per i bambini era proprio alla fine del gioco, con il disegno del “biba”. “Come, non conoscete il biba?” domandava Lionni. E davanti alle facce perplesse dei bambini cominciava a raccontare una storia sul biba. Il contenuto della storia, avverte l’autore, non è importante; ciò che conta è il fatto che il “biba” comincia a esistere e ad essere definito, dalle sue azioni prima ancora che dal suo aspetto. Ciascun bambino, attraverso il gioco del “biba”, sperimentava il concetto di astrazione e imparava che un segno può slegarsi dalle forme conosciute senza per questo perdere potenza narrativa.

Orso, buco! è per noi un discendente del grande “biba”.

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Il libro racconta una storia attraverso la potenza del segno. Così nelle pagine arrivano orso, volpe, rospo, formica ed elefante, li vedi e li riconosci subito, anche se nel libro non sono disegnate zampe e orecchie. Vedi sulle pagine i percorsi fatti di deserto, di bosco e di fiume e puoi persino intuire il ritmo della camminata: ci sono le linee dritte, decise, che non indugiano sulla carta quando la compagnia corre; salti sul foglio quando il gruppo marcia e linee spezzate quando procedono vicini, zigzagando in mezzo al bianco.

Mentre leggi hai pochi ed essenziali indizi per distinguere i personaggi della storia e individuare i luoghi delle scene, eppure la lettura è semplice, immediata, divertente. Leggi e segui le tracce di colore che danno corpo e ritmo alla storia: la sorpresa è rossa come un’emozione che arriva all’improvviso; la tana di orso è marrone se la guardi da fuori, bianca se ci sei dentro. Il colore arriva anche sulle parole, così riesci subito a capire chi cade, quanto pesa e che rumore fa.

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Con orso e gli altri hai cercato una tana, hai corso, hai navigato ma la tana era un pretesto. Loro sono entrati in questo libro per ricordarti che un segno, da solo, può raccontare. Basta solo che si tenga al filo lento delle parole e al suono denso di una voce che legge.

 

Orso, buco! di Nicola Grossi, minibombo, 2013

 

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