Se non ti bastano i segni

la gigantesca piccola cosa_copertina

Da subito. Fin dal titolo, intuisci che c’è qualcosa dall’altro lato delle parole. C’è qualcosa che cerca d’uscire dal silenzio, senza esser detto esplicitamente. Qualcosa che, lo immagini dalla copertina, ha bisogno di parole misurate e disegni enormi.
Per capire, apri il libro e leggi. Alla fine, quando lo richiudi, puoi dire con certezza che non si è trattato di una scelta stilistica o di un espediente narrativo. La costruzione del libro, così com’è, è stata una necessità, una scelta obbligata.

Leggevo qualche giorno fa una considerazione di un traduttore su quanto il nostro lessico sia piuttosto impreciso e niente affatto frugale nella sintassi. Questo vale per le parole comuni e vale, ancora di più, per le parole non trasparenti. Quelle parole, cioè, per le quali non c’è una corrispondenza univoca tra la sensazione ed il termine che serve a trasmetterla. La parola felicità, ad esempio. Come fai a spiegarla? Non ti bastano i segni.

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Da qui, da questa domanda e da questi limiti è partita anche Beatrice Alemagna. La sua risposta è questo magnifico libro, dove compensa l’insufficienza delle parole, l’impossibilità della precisione linguistica, con le atmosfere disegnate e le ampie campiture di colore, dove lo sguardo si può perdere nei luoghi e tra i particolari.

L’autrice ti spiega la felicità, non definendola mai ma raccontandola, pagina dopo pagina, attraverso gli attimi e le storie dei personaggi che abitano questa dimensione. Istantanee di momenti in cui hanno cercato di afferrarla, l’hanno aspettata, l’hanno attraversata, l’hanno inseguita, l’hanno trovata, hanno scoperto che non è più nel cassetto. Tutti hanno fatto esperienza della felicità (fosse anche, solo, della sua attesa) e nessuno è riuscito a vederla. Tu che leggi, però, puoi seguirne le metamorfosi, riconoscerne le forme, i colori e i significati.

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Puoi rivedere, nella discrezione con cui Beatrice Alemagna pesa le parole del libro,  il tentativo di dare un ordine, seppur fittizio e precario, per provare a tenere fermo, sulle pagine di un libro, un sentimento effimero che viaggia veloce tra campi semantici differenti e tocca tutti, grandi, vecchi, piccoli e piccolissimi.

 

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Puoi giocare a riconoscerti nei ritratti disegnati e scritti sulle pagine. Sapendo già che, come succede per il significato con le parole non trasparenti, nessuno di quei ritratti ti racconterà appieno ma, tutti sapranno dire un po’ anche di te.

La gigantesca piccola cosa, Beatrice Alemagna, Donzelli editore, 2011

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