Il libro incompiuto

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All’origine di questo libro c’è lo spettacolo ‘Buchettino’ della Socìetas Raffaello Sanzio con la regia di Chiara Guidi. La favola, più nota come Pollicino, è raccontata in una stanza con cinquanta letti. Stesi nei letti i bambini partecipano allo spettacolo. Al centro della scena la narratrice è seduta su una seggiola con un libro tra le mani e fa vivere la storia di Perrault usando la  voce, i rumori e gli effetti sonori. Si tratta di una scenografia nata nel ’94 e realizzata in Cina, in Cile, in Giappone, in America ed in tutta Europa. Ancora oggi molte compagnie continuano a replicare questo spettacolo.

La cifra del libro è la sua incompiutezza. L’unica via per poter contenere nello spazio fisico delle pagine uno spettacolo teatrale, costruito sul principio che “non c’è nulla da vedere, c’è soltanto da ascoltare”, era lasciare risuonare ciò che vive nascosto nella storia di Buchettino, senza chiudere, senza costringere in una lettura rivelatrice tutto quello che c’è dentro.

I bambini non vedono l’orco, lo immaginano. Così nello spettacolo, così dentro al libro. Al centro non ci sono i protagonisti della storia di Perrault, c’è il tuo fiato. C’è quello che senti e immagini mentre leggi. C’è quello che puoi sentire e immaginare anche se non sei più bambino, ritornando ai tuoi ricordi infantili, nel vederti immerso in tutta quella oscurità. Vivendo l’abbandono e la paura nelle pagine che si susseguono e che separano le parole dalle figure.

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Simone Massi è un autore abituato a frequentare la memoria ed i ricordi d’infanzia. Sa portare nelle sue opere le immagini e i suoni di quello che ha visto, sentito o provato quand’era bambino. Da lì parte e poi toglie. Toglie la storia e ne lascia il sentimento. Toglie il nero e ne lascia le ombre.

La tecnica che usa Massi è faticosa e lenta. I cortili, le facce, i lupi sono costruiti graffiando il colore con strumenti da incisione. Vengono fuori disegni potenti, intensi. Carichi di tensione verso qualcosa che non afferri completamente perché non c’è sul foglio. E i tuoi occhi non la vedono, la respirano.

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Nello spettacolo centrale è il ruolo della voce. Anche la voce non si vede ma, esiste una visione della voce. Ed è a questa visione che il testo del libro prova ad essere fedele.

Prima ancora che al significato delle parole la voce si lega al suono che emette. Quando ascolti, attraverso l’intensità o il timbro della voce, prima di riconoscere il significato delle parole, puoi immaginarne il senso. Nel libro per costruire la visione della voce la grafica diventa parte della narrazione. Così quando leggi, prima di decifrare i segni di cui è fatta la parola, puoi coglierne il suono e dunque il senso. Ad indicartelo ci sono gli spazi tra le parole, la grandezza delle lettere, i rientri irregolari.
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“C’era una volta…” così cominciano le fiabe. Qualche volta succede che alcuni adulti scelgano di cambiare il finale, di addolcire i tratti, di smussare le asperità. Tradiscono la trama e anche i bambini che ascoltano. Lo spettacolo e il libro vanno in direzione contraria. Scelgono di restare fedeli alla storia. Portano i bambini nel buio del bosco, nella casa dell’orco. Lasciano che ciascuno, con Buchettino come compagno, attraversi le paure più brutte. E, così facendo, danno a ciascuno l’occasione di scoprire che si può riuscire. Si può davvero tenere in pugno il suono dell’ombra.

Buchettino, di Chiara Guidi, illustrazioni di Simone Massi, postfazione di Goffredo Fofi, Orecchio Acerbo editore dal 21 gennaio in libreria. Il libro è già disponibile sul sito dell’editore.

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