Che ne sa lei di che colore vedo io le cose?

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Ticio Escobar accompagnò un équipe della televisione, che andò in Chaco, da molto lontano per filmare scene di vita quotidiana degli Ishir. Una bambina indigena inseguiva il regista dell’équipe, ombra silenziosa, appiccicata al suo corpo, e lo guardava fisso nel volto, molto da vicino, come se volesse entrare nei suoi strani occhi azzurri. Il regista, si avvalse dell’intercessione di Ticio, che conosceva la bambina e capiva la sua lingua. Lei confessò: “Io voglio sapere di che colore lei vede le cose”. “Del tuo stesso colore”, sorrise il regista.
“E che ne sa lei di che colore vedo io le cose?”

Questa storia di Eduardo Galeano mi è tornata in mente quando ho cominciato a leggere Nella foresta veramente scura. Quel “Che ne sa lei di che colore vedo io le cose?” è una domanda importante. In quell’interrogativo c’è l’affermazione, chiara, immediata, di uno sguardo altro sulle cose del mondo. C’è lo sguardo bambino che ti ricorda che esiste e che è irriducibile.

Questo libro è nato grazie ad adulti che conoscono quello sguardo. Sono adulti che si sono seduti accanto a dieci bambini. Hanno domandato e sono stati lì ad aspettare di sapere di che colore, quei bambini, avessero visto il mondo. Anche quando il mondo era diventato foresta. E la foresta si era fatta veramente scura. Anche quando, come ha disegnato Violeta Lopiz in copertina, la foresta era dappertutto e il bambino stava lì in mezzo, fermo e con gli occhi spalancati.

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Il cuore del libro sono le storie di quei bambini. Dieci bambini che hanno affrontato la malattia e la chirurgia. Dieci sguardi che si fermano sulle cicatrici e da lì cominciano a raccontare. Non si tratta di cronache per stabilire la verità delle cose o la descrizione fedele dei fatti. Si tratta di qualcosa di più faticoso e di più prezioso. Sono dieci storie fantastiche e autentiche. Dove l’elemento di finzione è usato solo come palcoscenico per una narrazione profonda. Vera. Ruvida.

Prima delle storie nel libro c’è il sentiero tortuoso fatto con i titoli ed i nomi degli autori. Il libro comincia. Il racconto di ogni bambino, come fosse una perla preziosa, è custodito tra una pagina illustrata ed un’altra, dove, in poche righe, su uno sfondo colorato, ci sono il nome ed i fili che legano le storie personali, ai racconti.

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Ai bambini è stato chiesto di giocare la loro storia. Sono arrivati allora dinosauri, cavalli, leoni e cani a dirci la fatica e la forza. Sono arrivati dinosauri, cavalli, leoni e cani a dirci che, forse, non avevamo visto bene. Che dovevamo tornare a guardare quelle cicatrici. Perché non sono esclusivamente segni di una vicenda chirurgica. Sono segni di coraggio. Sono segni di possibilità. Sono la foresta che ti porti dentro anche quando smetti di attraversarla.

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Il libro è stato reso possibile grazie a Benedetta, Francesco, Gabriele, Giulia, Laura, Matilda, Mattia, Nina, Orazio e Valentina e alle loro famiglie che hanno scelto di raccontare e condividere la propria storia.
Il libro rientra in un progetto di ABC (Associazione per i Bambini Chirurgici), che opera all’interno IRCCS Burlo Garofolo di Trieste. La copia del libro può essere prenotata scrivendo a chiara.devita@abcburlo.it. Le risorse ottenute dalle donazioni per il libro verranno impiegate per finanziare i lavori di ristrutturazione della nuova foresteria che diverrà una casa accogliente messa gratuitamente a disposizione dei genitori provenienti da tutta Italia durante il periodo di ricovero dei propri figli.
Il libro è il frutto di un gruppo di professionisti tra cui l’art director, Matteo de Mayda, la psicoterapeuta dell’età evolutiva, Rosella Giuliani, la scrittrice Cristina Bellemo, e undici illustratori: Violeta Lopiz, Felicia Hoshino, Guido Scarabottolo, Giorgio Cavazzano, Francesco Altan, Michiko Tachimoto, Philip Giordano, Nicoletta Costa, Gabriella Giandelli, Roberto La Forgia ed Elisa Fabris.

La storia citata all’inizio del post è tratta da ‘Le labbra del tempo’ di Eduardo Galeano

Categorie:i libri

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