Racconti sempre delle storie, non è vero?

Tra i miei mondi. Un'autobiografia - Leo Lionni, M. Negri, F. Cappa, M. Maffi - Donzelli ed.

Tra i miei mondi. Un’autobiografia – Leo Lionni, M. Negri, F. Cappa, M. Maffi – Donzelli ed.

La scrittura di Lionni è esigente, richiede impegno. Non per lo stile alto-modernista (come ebbe a definirlo una volta il suo amico Brian) né per la misura dei contenuti. Anzi. Le pagine scorrono veloci, e ti immagini il maestro che parla lì, davanti a te, magari seduto in un bar sulla Fifth Avenue o intorno ad un tavolo nella sua casa di San Bernardo, in un caffè di Amsterdam o in una pasticceria su Viale Monza.

La fatica del libro sta tutta nella sua densità. Sono tanti i mondi di Lionni. Per dirli tutti non basta un articolo e forse neppure un’autobiografia. C’è dentro il Novecento, la guerra, i grandi viaggi tra l’Europa e l’America, le passioni, il mondo reale, l’odore di trementina. C’è il racconto del tempo storico in cui nelle arti tutto avvenne, sotto l’egida dell’un unico ismo unificante: il modernismo. Tutto era troppo rapido, compresso, tumultuoso, per permettere le sottili distinzioni che oggi pretendiamo. Il piccolo Lionni cresceva in quel tumulto, tra le collezioni di zio Renè e di zio Willem: Chagall, Klee, Mondriaan. È davanti a quei quadri che ha imparato a vedere e a ricordare ciò che vedeva. È lì che ha fatto suo il movimento delle mani sulla tela ed ha imparato a riconoscere lo stile dell’emozione che, attraverso l’opera, prende forma.

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Nell’autobiografia Lionni racconta dei suoi lavori, dei suoi libri. Mentre questo accade, tra un ricordo ed un aneddoto, vedi tra le righe le impronte dell’artista: l’irrequietezza e la determinazione, la ricerca e il metodo, l’urgenza di una visione interiore e la libertà nel reinventare.

Tra i miei mondi è tutto questo. È una incredibile esperienza sentimentale, un viaggio alla ricerca dell’attitudine nei confronti del mondo. Una volta gli domandarono: “Racconti sempre delle storie, non è vero?” A fare la domanda era stato Quinto Ghermandi che, però, non si stava riferendo ai libri dell’amico. Ghermandi parlava delle sue sculture. Ed è buffo pensare che all’inzio Lionni non colse quel commento come un complimento. Eppure, era quella l’essenza del suo stile, a prescindere dallo strumento o dalla tecnica adoperata. Fossero schizzi su un taccuino o dipinti, sculture o punti disegnati su un foglio, la narrazione sarebbe stata il loro comune denominatore.

I terrari costruiti da bambino, ad esempio, erano – dice Lionni- elaborati scenari, compressi dentro le strette dimensioni di una natura miniaturizzata e ricreata in modo artificiale . Erano teatri per drammi vagamente percepiti: drammi d’amore e odio, fame, gioia, paura, morte e trasfigurazione. Erano Metafore. Erano Arte. Oppure lo Chagall, il quadro del gigante gentile dal viso verde che suona il violino, che nel ricordo di Lionni stava in un mondo di storie fatte di musica, asini, mucche e neve: un altro mondo, in cui tutto poteva accadere e tutto era inaspettato- un modo rumoroso e affaccendato, tanto vicino da poterlo toccare. Forse, il luogo segreto di tutte le storie che avrei scritto, dipinto o immaginato.

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Ecco. Il libro di Lionni è così, pieno d’Arte. Una parola generosa, scrive Lionni. Una parola con una forte implicazione etica. Come quando Guizzino, convinto, esclama: “Io sarò l’occhio”.

“Chiunque avesse familiarità con la mia ricerca di una giustificazione sociale nel fare Arte, nel diventare o nell’essere un artista, avrebbe immediatamente afferrato che cosa spingeva Guizzino, la prima vera incarnazione del mio alter ego, a esortare i suoi piccoli amici terrorizzati a nuotare tutti insieme, come un unico grande pesce. – Ciascuno al suo posto – dice Guizzino, improvvisamente consapevole delle implicazioni etiche del proprio posto nella folla. Aveva colto l’immagine del grande pesce con la propria mente. Era quello il dono che aveva ricevuto: il dono di vedere.”

Il dono di vedere e un immenso talento nel saperlo raccontare.

Categorie:i libri

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