Non è colpa dell’arancione.

Questo articolo nasce dall’incrocio di due esperienze.

La prima, la lettura dell’intensa autobiografia di Leo Lionni.
La seconda, l’incontro con una maestra frettolosa.

Cominciamo dall’ultima. Non ricordo quando ‘Piccolo blu e piccolo giallo’ ha trovato posto sulla mensola della mia libreria, sono abbastanza certa che, quando l’ho letto per la prima volta, non sapevo neppure che si trattasse di un libro fondamentale nella storia della letteratura per ragazzi. Da allora l’ho letto e riletto; ho scoperto i racconti degli studiosi che ne spiegavano il valore, e tante volte l’ho consigliato. Come quella volta, a quella maestra che, però, sfogliandolo velocemente, mi disse che non l’avrebbe proposto in classe e liquidò me e il libro con un: ‘Peccato, abbiamo cominciato con l’arancione’.

Torniamo alla prima. Leggere l’autobiografia di un autore è un’esperienza sentimentale. Hai la possibilità di guardare il libro dalla parte di chi lo ha immaginato e poi scritto. Puoi capire dove nel tempo e nelle esperienze vissute si è insinuata l’idea, prima ancora che il progetto, del libro. Puoi sapere quello che gli occhi di Lionni si portavano dentro, quello che le sue mani ricordavano, quando la sua mente ha cominciato a tessere la trama dei pensieri diventati infine “Piccolo blu e Piccolo giallo”. E allora scopri che dietro al libro c’era il motivetto “Ogni piccolo movimento ha un significato” di una canzone di quei tempi. C’era un gioco che l’autore faceva lanciando una matita su alcuni fogliettini, per guardare le posizioni di un punto nello spazio, per poi definirne lo stato d’animo. C’erano delle lezioni alla Cooper Union. C’era un viaggio in treno e due nipotini vivaci da intrattenere. C’era una cena con l’editore Fabio Coen e consorte. Si tratta di episodi messi in sequenza e riempiti di significato da colui che, mentre rilegge la sua storia personale, ne scrive.

Oltre al fascino di questa narrazione, a colpirmi, tra gli altri, è stato un passaggio del libro. Quello in cui Lionni dice che per qualche tempo “si era trastullato” su un argomento (nello specifico sulle posizioni di un punto dello spazio). Mentre era intento a trastullarsi, quasi certamente, era ignaro di dove lo avrebbe portato questa sua idea fissa. Al contrario, noi che abbiamo oggi tra le mani ‘Piccolo blu e piccolo giallo’, abbiamo la prova tangibile di dove, questo suo sostare nell’argomento, lo abbia, alla fine, condotto.

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E allora mi è venuto in mente che tra l’episodio della maestra e quello raccontato da Lionni c’è un abisso. Il solco tra le due situazioni è la considerazione di ciò che fa ‘produttivo’ il tempo quando parliamo di sostenere la nascita di un’idea o di un’opinione. Che tu sia in uno scuola o in uno studio pubblicitario.

Generare un’idea, un pensiero, è qualcosa che necessita di tempi lunghi. Ci vuole il tempo per sostare e per ritornare. Ci vuole la lentezza che richiede il cambio di prospettive, per guardare lo stesso argomento con occhi diversi, magari mischiando un motivetto, il lancio della matita o gli studi sulla fenomenologia dello spazio.

In quella classe quella maestra non ha letto ‘Piccolo blu e piccolo giallo’. Peccato, occasione persa, per lei ed i suoi alunni.

Però una cosa occorre dirla. La colpa non è dell’arancione. È del valore attribuito ai tempi (solo apparentemente) morti e alla possibilità di mischiare l’ordine delle cose, che poi così ordinato non lo è mai.

Leo Lionni. Tra i miei mondi. Un’autobiografia- a cura di Martino Negri e Francesco Cappa. Traduzione di Mario Maffi, Donzelli editore, 2014

Leo Lionni. Piccolo blu e piccolo giallo. Babalibri

Categorie:i libri

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